E tu lo sai chi sono io?
“E’ la parola eroi ad essere sbagliata, noi siamo gente normale che conosce cosa è la dignità”
-
Nino Miceli
Si presenta così Nino Miceli,
testimone di giustizia morto per lo Stato italiano e per la società il 5
dicembre del 1996, ma vivo nella
realtà con un altro nome e una nuova identità; autore di due libri
autobiografici che hanno molto da raccontare sulla nostra Gela.
Nino è un uomo semplice, dalle mani che
appaiono come strumenti di un corpo che sa cosa significhino il lavoro e il
sacrificio, dal linguaggio umile e schietto. L’ho incontrato all’interno dell’istituto
comprensivo “Don Bosco” di cui la dottoressa Rosalba Marchisciana è dirigente
scolastico.
All’entrata dell’istituto per l’accoglienza
degli ospiti ci sono innumerevoli studenti in abiti eleganti e sorrisi
smaglianti. Si vede che svolgono quel compito con piacere e dai loro benvenuti
traspare tutto l’insieme di valori che formano in positivo la loro educazione.
“Buongiorno,
benvenuta. Ci pensiamo noi ad accompagnarla nella nostra Aula Magna”
Alcuni giovani studenti mi accompagnano al
piano superiore, dove si tiene la presentazione del libro intitolato “E tu
lo sai chi sono io?”. Il collegamento
tra il titolo e il significato non mi è subito chiaro, ma quando il giornalista
e relatore Franco Infurna prende il microfono in mano, chiarisce fin dall’inizio
la provenienza di quelle parole.
Un giorno parecchio lontano dai nostri
anni, un uomo senza senno si presenta in tono minaccioso presso la
concessionaria del signor Miceli in via Venezia. Dopo aver ottenuto un rifiuto
sulle modalità di vendita di un’auto, poiché le sue richieste erano fin troppo
prepotenti, il tizio esordisce con un “E tu,
lo sai chi sono io?”. Parole che arrivano come un fulmine a ciel
sereno nella vita di un uomo “normale”. Chi era quell’uomo?
Il libro dell’autore supera le 200 pagine,
ma il peso complessivo di tutto ciò che vi è scritto all’interno non può essere
calcolato in cifre. Il peso e il prezzo pagato in termini umani e morali va ben
oltre il numero suddetto. Infatti, tutto comincia da quell’incontro, per poi
sfociare in una lotta contro la criminalità e contro il pizzo.
GELA, ANNI 90’: SI SALVI CHI PUò
Seduti
accanto a me ci sono agenti in borghese, uomini e donne di cultura, ufficiali
dell’arma in divisa, studenti e studentesse curiosi. Io mi ritrovo in questa
sala per caso. Qualche giorno fa è apparso sui social un articolo di giornale
che annunciava l’incontro. Mi sento quasi un’intrusa, ma non un’estranea. Sono nata
anch’io a Gela, e anch’io come tutti gli altri gelesi vivo ancora in una terra
inquinata, non solo dalla crisi ambientale scatenata dal petrolchimico, ma
anche da una sporchissima mentalità – forse peggiore di ogni dannosa sostanza
chimica rilasciata nel terreno – dettata dalla mafia.
Sospiro. Che brutta
parola!
La pensano
così anche i ragazzi e le ragazze che insieme si alzano di fronte alla platea
per intonare le note di UN OMBRA NERA di Marco Modica con il testo dell’ospite
Gianfranco Requedaz (in passato agente appartenente ai ROS).
Link della
canzone: https://www.youtube.com/watch?v=Woe0K6UllPs&list=RDWoe0K6UllPs&start_radio=1
Un primo
momento emozionante, che apre al dialogo con gli ospiti e che si lega al
monologo del piccolo Leo, straordinario attore.
Quest’ultimo
con un’emozione incredibile dà vita a un profondo momento di riflessione sulla
morte di Peppino Impastato, disgraziato uomo del sud ucciso e messo da
parte dalla Mafia.
<<Suicidio>>
dirà qualcuno.
<<Crimine>>
urlano oggi i giovani.
E cosa
poteva contare un uomo del sud quando poco dopo era stato ritrovato il corpo di
Aldo Moro, anima morta per la medesima violenza?
Dice bene il
generale Mettifogo, anch’egli ospite, quando ammette tristemente che testimoniare
contro la Mafia può essere equiparato al morire.
Allora, non
conta quanto male può farci un mafioso, quanto dolore e paura possiamo provare.
La Mafia non sta lì inerme, e neanche si nasconde dietro l’angolo. Essa entra
all’interno delle case e, spavalda e violenta, si fa strada nelle vite dei
poveri cittadini, i quali sentono di essere perduti in un tunnel infernale.
Questo lo
sapeva bene chi negli anni 90’ non riusciva a testimoniare contro quei nomi
temibili facenti parte del famoso LIBRO MASTRO.
Classificabile
come un libro paga, venne ritrovato in un’abitazione gelese con
al suo interno tutti i nomi di coloro che erano soggetti alle estorsioni
della mafia. Il libro conteneva tutto quanto: nomi, cognomi e pagamenti,
cifre assurde al prezzo del silenzio e dell’obbedienza alle nera ombra mafiosa.
Comincia da
qui la caccia a chi sa e può parlare. Ma Gela ha paura, e trema in
ginocchio fin quando qualcosa non la costringe a cedere.
GELA INTITOLATA “MAFIAVILLE”
Furono ben
pochi i testimoni di giustizia, circa sei o sette persone oltre la
testimonianza di Nino Miceli e l’azione estrema e coraggiosa di Gaetano
Giordano, vittima di Mafia. Ancora meno numerosi furono, invece, i
collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti di mafia.
<< Purtroppo il racket delle
estorsioni mafiose, è un tumore che aggredisce il corpo sano di una
società civile, sconvolgendone l’esistenza con le minacce, la violenza e la
paura; premiando l’illecito in una economia legale dove divora risorse a danno
degli operatori onesti. Impedisce la libera concorrenza e non permette lo
sviluppo di nessun paese. Non è vero che la mafia dà lavoro, porta solo morte e
distruzione. >>
Le parole
sono dure, ma ricalcano bene l’identità di quegli anni, quando la nostra città
non era più Gela, bensì la città della mafia come ormai compariva sui
titoli di giornale di tutto il mondo.
Un luogo
dove la criminalità aveva preso il sopravvento e si era quasi sostituita allo
Stato; dove i giovani morivano di morti atroci.
Terribile è
il ricordo di tutte quelle vittime che, ancora minorenni, furono uccise sciolte
nell’acido, bruciate vive, torturate, impiccate e trattate senza pietà da
uomini violenti che ancora oggi non hanno trovato pentimento né di fronte allo
Stato o Dio né davanti al proprio animo.
Mafiosi,
uomini e donne che hanno reso la nostra terra un lenzuolo sporco di sangue
sopra il volto dell’umanità. Gente insensibile, pericolosa e malvagia.
Si citano,
tratti dagli archivi della memoria degli anni 90’, anche i famosi Baby
Killer descritti da Giuseppe Ardica nel suo omonimo libro.
E, allora,
pongo una riflessione ai miei lettori.
Quanti conoscono
il passato e quanti ancora stanno vivendo il presente ereditato da quegli anni,
devono poter riflettere su ciò che abbiamo intorno, sui frutti di quella gente
che ha fatto tanto male alle nostre famiglie.
Potrebbe ancora
oggi essere presente un’identità mafiosa, frutto degli elogi e della cattiva
educazione, dell’idea che la prepotenza sia la felicità più alta dell’essere
umano.
Vedo ancora
troppi giovani illusi dalla Mafia di poter raggiungere vette altissime, gente
di tutte l’età sopperire sotto gli effetti della droga e dell’eccitazione
causata da ogni sorta di azione deplorevole.
Meditiamo
sul comportamento e sul pensiero, perché anche noi, seppure a volte
involontariamente, potremmo essere disgraziatamente Mafia.
La mafiofilia,
come la descrive il nostro assessore Giuseppe di Cristina, è ancora una
malattia presente nella società. Se vogliamo però, insieme alle nuove
generazioni e a chi ha scelto di dedicare la propria vita allo Stato,
nonostante gli errori del passato, possiamo ancora vincere questa terribile
realtà. Di fronte la mafia, che questa volta scrivo con la m minuscola, l’unico
pensiero che voglio annunciare è questo:
L’UMILTA’ PRECEDE LA GLORIA.
E come sottotitolo, sempre
attualissimo:
LA MAFIA E’ UNA MONTAGNA DI MERDA!
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