🌅 Gela: il sogno
infranto di una città industriale
Tra illusioni di progresso e ferite ambientali: la
testimonianza di un amore tradito
Introduzione
Un sogno chiamato industria
Negli anni ‘60, la raffineria di Gela era il simbolo della produttività :
all’ingresso della città , le ciminiere svettavano come giganti d’acciaio,
emettendo fumi che il vento trasportava fin dentro le case dei cittadini.
Un odore acre, pericoloso, che però veniva tollerato, quasi accettato, in
cambio di qualcosa che sembrava più grande: un lavoro sicuro, una promessa di
modernità .
Il passaggio da una realtà agricola a quella industriale era stato
accolto con speranza. Il tasso di disoccupazione diminuiva, le famiglie
vedevano in quell’acciaieria un futuro. Ma a quale prezzo?
La salute sacrificata sull’altare dello sviluppo
Dagli anni Duemila in poi, Gela ha registrato un preoccupante incremento
di malattie tumorali, ben oltre la media nazionale. Le sostanze tossiche emesse
nell’aria hanno lentamente, ma inesorabilmente, avvelenato la terra, l’acqua,
l’aria.
E mentre la città produceva ricchezza, i cittadini si ammalavano.
Ma si taceva, si guardava avanti, convinti che quel sacrificio fosse il
pedaggio da pagare al progresso.
Il fallimento politico e l’assenza di visione
Oggi, quel sogno si è infranto.
La raffineria ha chiuso, e la città si ritrova più povera, più sola, più
inquinata. La politica locale, che avrebbe dovuto guidare la transizione e
proteggere i cittadini, si è spesso rivelata distante, autoreferenziale,
impegnata più ad arricchirsi che a costruire soluzioni.
Si parla da anni di bonifiche, ma nulla di concreto è stato fatto. Le
promesse restano tali, e l’ambiente attorno agli impianti dismessi continua a
soffrire.
Una città ferita, ma non arresa
L’accezione “culturale e ambientale” offre
molteplici spunti per parlare di un territorio depauperato, il cui sogno di uno
slancio industriale si è dissolto come neve al sole.
In questa ricca terra, sempre baciata dal
sole e dal clima mite, la si potrebbe paragonare a un’oasi di felicità e
gaiezza: il bel mare cinge i suoi fianchi, e la salsedine bagna il suo bel
corpo.
Ma tutto ciò non basta a rendere un’oasi un
porto sicuro, come affermava il celebre Ungaretti.
Tra memoria e fuga
La città di Eschilo, poeta greco che — secondo la leggenda — trovò la morte sulla spiaggia di Gela, ha perso il legame con le sue radici elleniche, con la sua storia gloriosa.
Oggi, ciò che resta è una città svuotata, in cui
l’emigrazione giovanile continua a crescere.
I giovani fuggono, inseguendo un futuro altrove, lasciando alle spalle una
terra che non ha saputo proteggerli.
Conclusione
E allora? Cosa manca a questa città per poter essere all’altezza e superare le sfide quotidiane?
Non so se troveremo mai le risposte a tutto questo. Non so che fine faremo noi giovani, in un territorio in cui l’unica speranza è partire per un lungo viaggio, dell’infinito, come diceva Leopardi.
Noi siamo infinito senza certezze; infinito senza lacrime; infinito senza vento.
Cammino per le strade della città e osservo, scorgo il male di vivere, il tempo che scorre inesorabile, e che fermiamo solo attraverso il nostro dolore: il dolore di abbandonare le nostre famiglie per lavoro, o per malattie nate dal nulla.
Sviluppo senza sviluppo, è questo il dilemma, oh cara Gela.
Sogna, mia bellissima città . Sogna più che puoi. E' gratis!
- STREET OF GELA con Danilo Aronica



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